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I “furbetti” ai tempi del Coronavirus, il racconto dell’imprenditrice sarda Simona Buono

“Quando c’è chi piange, c’è anche chi vende i fazzoletti”.

Iniziamo così, con un’immagine forse non evocativa ma di certo pragmatica, l’intervista con Simona Buono, fondatrice e Ceo della Distribuzione Defibrillatori, che in queste giornate di fuoco è stata tra le persone costrette a varcare la terribile soglia dei reparti di terapia intensiva. Non come malata, per sua fortuna, bensì per il suo lavoro “sul campo”. In particolare, quando l’abbiamo contattata, stava dentro un reparto Covid nell’ospedale della SS. Trinità di Cagliari a installare cinque nuovi ventilatori polmonari, frutto di una donazione di un grande imprenditore privato.

E qualche “sassolino”, l’imprenditrice sarda se lo vuole togliere. Anche per denunciare alcune prassi poco corrette – e talvolta ai limiti della legalità – che stanno interessando le vendite di apparecchiature elettro-medicali. Un settore oggi in fibrillazione, a fronte delle migliaia di richieste dovute all’emergenza Covid su tutto il territorio nazionale e all’estero. Forniture urgenti per gli ospedali, le protezioni civili regionali, ma anche per le aziende private e addirittura per Stati extra-Ue, che si presentano con cargo e pagano cash, che riguardano l’intera filiera della produzione: mascherine, monitor, ventilatori, siringhe infusionali e quant’altro. Tutti materiali divenuti “irreperibili”, eppure… Vedremo che non è esattamente così che stanno le cose.

  • Signora Buono, lei ha denunciato di essere stata vittima di una situazione ben poco chiara che ha dato in mano ai suoi legali  sulle mascherine, nonostate la sua esperienza nel campo dei prodotti elettromedicali. Può spiegarci meglio?

“Io posso documentare che ci sono state delle imprese, presentate come intermediari di società di rivendita di mascherine, che secondo il mio metro di giudizio hanno compiutoazioni eticamente discutibili. Io stessa qualche settimana fa sono ci sono passata in prima persona e ho deciso di rivolgermi alle intuizioni del mio ufficio legale. È importante far sempre  verificare i certificati e i test di laboratorio. Ad esempio le mascherine che mi hanno proposto erano corredate da un certificato estremamente difforme dai protocolli necessari sul suolo italiano. La realtà è che dal punto di vista tecnico, moltissime mascherine inserite nel circuito, in realtà, non ottemperano allo scopo fondamentale e cioè quello di proteggere dal contagio”.

  • Come si fa a destreggiarsi in questo momento e che cosa bisognerebbe verificare per non incappare in speculazioni o frodi?

“Intanto in Cina sono i 45 laboratori accreditati da enti certificatori a livello internazionale per le mascherine. Tutte le altre certificazioni che non sono accompagnate dai test di laboratori accreditati di quel determinato prodotto, o che addirittura sono in cinese o che non riportano lo stesso numero di certificazione anche sul test, sono carta straccia. Per questo arrivano sul mercato internazionale migliaia di prodotti che non hanno alcuna garanzia riconosciuta dalle varie nazioni. Proprio stamattina, in un reparto, ho visto un’infermiera che portava una mascherina ad uso civile, anziché quella ad uso medicale, che deve avere una apposita certificazione, ovvero la garanzia che la mascherina sia anti-filtrante al 98 per cento. La certificazione  e il test di laboratorio devono sempre accompagnare la fornitura. Io ho incaricato una persona che per me si occupa solo di certificazioni e di studio sulle mascherine. Dall’altro lato, l’azienda che fornisce queste protezioni deve possedere il codice Ateco dedicato ai presidi medici sanitari per garantire l’efficacia del presidio. Non ci si può improvvisare imprenditori del settore e vendere al solo scopo di creare profitto. Il nostro è un settore che non può discostarsi dall’integrità e dall’etica”.

  • Lei si occupa da sempre di defibrillatori, come mai è entrata nel campo dei ventilatori polmonari?

“Nasco da una scuola molto severa dove seleziono qualsiasi prodotto che debba contribuire alla vita; una volta selezionati quelli che potevano essere i fornitori adatti,  tra cui anche fornitori con cui avevo già instaurato da anni rapporti di collaborazione nel campo degli elettromedicali, mi sono offerta di condividere i miei contatti. Sia perché di mestiere sono imprenditrice, sia per offrire il mio contributo in modo sano e trasparente alla collettività. Il consiglio importante che sento di offrire a chi deve dotarsi di un dispositivo di questo tipo è di tenere a mente che esiste un accordo siglato con Confindustria per la mediazione degli elettromedicali, che vieta l’aumento incondizionato dei prezzi proprio per impedire speculazioni in questo momento di grave emergenza nazionale”.

  • Se le cose stanno così, perché nessuno si ribella?

“Perché oggi è pieno di aziende che mescolano sapientemente il business speculativo travestendolo di solidarietà. Questa generosità riflessa, per paradosso, ha finito per consentire a tante persone di poter giocare al rialzo sulla loro marginalità, speculando sull’emergenza in corso. Perché avere oggi in mano queste apparecchiature, può non avere prezzo”.

  • Quale potrebbe essere allora una soluzione per calmierare il mercato? In Italia c’è un’unica azienda che produce sul territorio i ventilatori per le terapie intensive e non riesce a coprire tutta la domanda

“Sì l’azienda è nota, è di Bologna,  ed è precetatta da mesi: deve vendere prima agli ospedali. È dedicata alla Protezione civile e oggi ha dentro gli ingegneri dell’esercito italiano che fanno da supporto. Hanno già aumentato la produttività da 40 ventilatori a settimana a 500 ventilatori al mese. Il loro ventilatore costava 19mila euro a listino e l’azienda ha deciso, in questo contesto, di fare una scelta etica: di non aumentare il listino, ma addirittura di abbassarlo per aiutare il Paese.

  • Su quale leve si poteva o si potrebbe ancora agire per sventare tali pratiche “eticamente scorrette” , oltre alle vere e proprie truffe?

“Bisognava creare da subito una centrale acquisti con gli ospedali, avviare tramite essa una programmazione, individuare le strutture ospedaliere e segnalare, alla luce del sole, che cosa esattamente mancava. E poi verificare le fatture in entrata e in uscita.  Purtroppo  non esiste, in questo momento, una centrale che gestisca e consenta il monitoraggio dei fabbisogni dei vari presidi ospedalieri su tutto il territorio nazionale. Io stessa ho visto tantissimi ospedali che, in questo momento, stanno facendo manbassa di tutto: stanze colme di apparecchiature e scatole piene di prodotti, però poi hanno gli infermieri a mani nude o manca chi possa collaudarle” .

  • Cosa consiglierebbe al governo come “best practice” per il settore? “Mi chiedo se vi sia ad oggi la mappatura e la tracciabilità di tutti i presidi donati anche dal Governo. Occorre ordine. L’urgenza ha creato tanto disordine, così tanto da permettere a soggetti intellettualmente discutibili di approfittarne. Abbiamo donazioni per milioni di euro fermi negli enti, bloccati nella burocrazia. Chi ha contribuito in tempo reale al sistema sanitario sono state le donazioni dei privati, che hanno acquistato direttamente i presidi DPI e gli apparecchi elettromedicali da realtà come la mia . Ad oggi in Italia il 95% dei dispositivi di protezione non è a norma”. Tra truffe e insidie burocratiche, è incappata in una esperienza positiva da raccontare?

“Un epilogo felice lo voglio riportare: tra tanti corvi ho incontrato e ho stretto nuove collaborazioni con società che sono in linea con i miei valori. Come per ogni mia scelta verso gli elettromedicali, ancora una volta mi allontano da un mercato disordinato per lavorare  in maniera  ordinata, garantendo così la tutela alla salute. Possiamo essere in buona fede quanto vogliamo, ma distribuire mascherine non in regola e farlo con superficialità senza le dovute verifiche – che prima o poi arriveranno – significa solo una cosa: incrementare i casi di contagio. Significa continuare a mettere a rischio la salute di una nazione intera e impedire la sua rinascita”.

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