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Testimonianze

In questa sezione puoi trovare una serie di pensieri e opnioni di alcuni dei nostri clienti e dei nostri collaboratori in merito al nostro lavoro.

Conosco Simona BUONO da anni ed assieme a lei abbiamo provveduto a portare il concetto di defibrillazione in Sicilia, a Siracusa , ed in Sardegna, a Sassari.
Persona volitiva ed appassionata al tema della rianimazione cardiopolmonare e della defibrillazione pubblica non solo per motivi professionali ma per personale convinzione.
Le abilita’ commerciali ed organizzative di questa donna, associate alla sensibilita’ ed alla conscenza della materia ne fanno una persona estremamente preparata ed assolutamente affidabile.

Maurizio Cecchini

Abbiamo deciso di cardioproteggere la nostra realtà aziendale – racconta Salvatore Vinci che insieme alla sorella Cristiana è a capo della società – e abbiamo contattato Simona Buono, consulente di punta nel panorama italiano nel mondo della cardio protezione pubblica.  Lei, con la sua passione e competenza, ci ha aiutati a capire che la strada che stavamo percorrendo era quella giusta, e ci ha supportato nella scelta del defibrillatore che rispondeva alle nostre esigenze aziendali – See more at: http://www.ladonnasarda.it/salute/6981/la-vinci-campagna-cardio-protegge-le-proprie-realta-aziendali.html#sthash.DNIiTNMd.dpuf

Grazie Simona !!

“Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Ha il potere di ispirare, di unire le persone in una maniera che pochi di noi possono fare. Parla ai giovani in un linguaggio che loro capiscono. Lo sport ha il potere di creare speranza dove c’è disperazione”.

Ed è proprio facendo nostra questa frase di Nelson Mandela che la Polisportiva Olimpia onlus porta avanti l’idea di far fare sport con sicurezza ai suoi atleti.

Grazie a Simona Buono che ci ha regalato la possibilità di fare il corso BLSD e donato un Defibrillatore di ultima generazione .

Ora possiamo cardioproteggere i nostri atleti ed essere utili a tutti coloro che ci stanno accanto .

Simona ha ragione. La strada e’ quella giusta.

Sport e salute, un matrimonio inscindibile: è questa la ricetta ideale per una campionessa come Silvia Storari, già sul tetto d’Europa con la nazionale di Beach Tennis e plurimedagliata in tantissimi tornei nazionali e internazionali.

Quanto è importante il connubio tra salute e sport?

“Direi che è fondamentale. Oltre ad essere giocatrice sono anche maestra e insegno a bimbi, e sarebbe alquanto strano se dessi il cattivo esempio. Sarebbe incoerente se non curassi e non insegnassi l’aspetto alimentare. Per me è tutto”.

E’ così difficile farlo recepire ai bambini e ai ragazzi?

“Rispetto a quando eravamo noi più giovani oggi è molto più difficile. C’è ignoranza in materia, non so se perché voluta o per pigrizia. Però molti bimbi e ragazzi proprio non hanno questo modo di pensare. Ritengo che tutto parta dalle scuole: dovrebbero insegnare determinate cose, come mangiare, come usare un defibrillatore, ad esempio. Perché queste mancanze dobbiamo colmarle noi insegnanti nelle 2 o 3 volte a settimana ed è difficile”.

Quale ricetta eventualmente?

“Non esiste una ricetta che vada bene per tutti. Ma io, ad esempio, per la defibrillazione ho dato in mano a professionisti perché lavorando a contatto con i bimbi, che le famiglie ci affidano con molta cura e fidandosi di noi, abbiamo molto a cuore il senso della protezione, della cardioprotezione e del curare bene il proprio corpo”.

Perché ha deciso di avvalersi della consulenza di Simona Buono?

“Quando sono arrivata a Cagliari ho conosciuto Carlo Mascia, il presidente dell’Olimpia Onlus. Lui mi ha parlato di Simona, e quando l’ho conosciuta di persona sono rimasta entusiasta dalla passione nel farsi capire e nel far capire che quando si parla di prevenzione si tratta una cosa molto importante”.

Ha comprato il defibrillatore?

“L’ho comprato e sistemato nella scuola, abbiamo in mente altri progetti ma non li svelo ancora. Se dovessi dare un consiglio direi a tutti quanti di iniziare ad acquistarne uno. E’ un segno di civiltà, di società più vivibile, e credo che possa solo migliorare la qualità della vita di ognuno di noi. Lo consiglierei non solo a scuole o a ristoranti, ma anche a condomini”.

“Si muore più di arresto cardiaco improvviso che di incidenti stradali: per quello è necessario promuovere e favorire l’installazione di defibrillatori in tutta Italia”. Il grido d’allarme è di Maurizio Cecchini, cardiologo e docente dell’Università di Pisa in cardiologia pediatrica e andrologia. Numeri importanti, come dimostrano i 70.000 decessi l’anno (200 al giorno, uno ogni 8 minuti), di cui negli ultimi 6 anni in Italia sono 600 al di sotto dei 18 anni.

Eppure si parla di morti da incidenti stradali…

“Siamo pieni di informazioni che sensibilizzano ad usare le cinture ad esempio, eppure le morti di incidenti stradali sono 5000 l’anno, quelli di droga meno di 200, di Aids 400, e di incendi? Meno di 1550. Eppure siamo pieni di estintori”.

Dunque lei crede che sia necessario dotare ogni edificio di defibrillatori?

“Credo che sia una misura necessaria. E’ una battaglia sociale contro l’ignoranza, soprattutto dei medici, e lo dico io che ne faccio parte. Paradossalmente ho ricevuto più attenzione dalla gente comune e sono riuscito a far di Pisa una delle città più cardio protette d’Italia, ho formato più di 10.000 persone e installato 394 defibrillatori in 10 anni. Senza tralasciare i corsi di formazione gratuiti: perché bisogna insegnare alle persone come usarli, soprattutto togliendo la paura dell’utilizzo. Un defibrillatore è sicuro e salva tantissime vite umane”.

Quanto è importante la prevenzione?

“Per le morti improvvise poco o nulla. Le morti aritmiche, per definizione sono imprevedibili, e dunque è pressochè impossibile tentare di prevenirle. Certo, sull’ictus o sull’infarto conta, eccome. In genere però si tratta di cardiopatie congenite, pazienti che solitamente riescono a fare uno screening, ma la maggior parte no”.

Come mai oggi si parla sempre di più di problemi cardiaci e di morti da complicazioni di malattie al cuore?

“Viviamo in mezzo a sistemi di informazione molto più diffusi rispetto al passato, e oggi ne siamo più coscienti. Tempo fa nelle famiglie si diceva – ad esempio – che il nonno era morto nel sonno, oppure nel campo mentre lavorava. Oggi il numero di decessi di questo tipo non è aumentato, ma è solo aumentata la percezione. Se vede a vedere le immagini di atleti deceduti durante una gara, questi non muoiono mai durante lo sforzo, ma a palla ferma, mentre non corrono. E’ vero che lo stress non faccia bene, ma si muore anche per caso. Ci sono farmaci che favoriscono la comparsa di aritmia”.

Esiste dunque anche un rischio per chi fa lo sport? Ma non dovrebbe essere tutta salute?

“Far sport fa bene, ma farne troppo no. Sfatiamo un luogo comune: facendo molto sport si ha la cosiddetta ipetrofia del ventricolo sinistro. Vi chiedo, ma quanti scacchisti o giocatori di bridge sono morti? Forse uno o due. Quanti giocatori di calcio sono morti? La verità è che non esiste nessun campione a livello professionistico di sport molto atletici che campi 90 anni, mentre ci riesce il contadino che fa una fatica quotidiana”

Come mai si è avvalso della collaborazione di Simona Buono?

“Lei ha visto la mia attività sul sito, cecchinicuori, che ha 700mila visitatori, con risultati eccellenti che parlano di sopravvivenza da defibrillatori nel 66.4% dei casi. Mi ha colpito perché è una persona attiva e preparata sulla defibrillazione, e ha notevoli capacità commerciali. Io mi sono sempre sentito distante dal mercato dei defibrillatori, però quando ci sono persone valide ci si tiene in contatto”.

Passione e competenza. Sono le parole d’ordine di Stefano Fabbi, proprietario della Cometech, che si occupa di defibrillatori. Idea di commercializzare quelli che oggi sono considerati veri e propri elettrodomestici nel lontano 2008.

Un’idea che nasce quando i defibrillatori erano argomento sconosciuto o quasi…

“Era il lontano 2008, e allora non si parlava di defibrillatori extraospedalieri. Allora ero un semplice presidente di una squadra di calcio amatoriale, formata da amici. E sentendo parlare di questo defibrillatore e della sua importanza nel salvare vite umane, ho deciso di acquistarlo pagandolo allora 1600 euro. I problemi sono venuti dopo: mi sono reso conto che le promesse, i cosiddetti costi accessori (come la batteria) avrebbero comportato costi ulteriori. Mi è davvero venuto il pensiero che fossi caduto in un tranello, e mi sono messo nei panni in tutte quelle persone che avevano avuto un’esperienza simile alla mia. A quel punto mi sono informato, ho studiato, per capire come valutare l’acquisto di un apparecchio così importante, quali sono le specifiche da valutare nell’acquisto”.

E cosa ha scoperto?

“Paradossalmente il prodotto più affidabile non c’era, non veniva commercializzato. A quel punto ho iniziato quest’avventura, inserendo in un’azienda dispositivi medicali, perchè già da allora trattavamo dispositivi medici ma nel settore dell’oftalmologia, di allargare questo tipo di attività, e facendolo in modo diverso”.

Quale è stato fino ad oggi il problema più ricorrente nella sensibilizzazione?

“Il problema più grande per l’Italia è che non siamo un popolo informato e che ha cultura: Perchè se facciamo un paragone, notiamo file davanti a negozi per l’ultimo Iphone o altri dispositivi che hanno lo stesso valore economico di un defibrillatore: abbiamo perso la cognizione della logica e del valore della vita. Perché oggi si va avanti solo se si è obbligati, ed è l’unico scoglio. Mi ricordo che quando e’ uscito il decreto legge nel 2012, ero in riunione con area manager nazionali di defibrillatori, e dissi “questo decreto legge rovinerà il mercato dei defibrillatori”, perché ora ci si sofferma solo sull’obbligatorietà, non se serve oppure no. Eppure i dati sono terribili: più di 70.000 arresti cardiaci all’anno, la causa principale di morte. La risposta è che non si fa prevenzione, non si fa cultura. E ci si dice spesso ‘non capita a me”, nella falsa convinzione che accada sempre agli altri”.

Ci sono state o ci sono categorie più sensibili di altre?

“Non esistono Istituzioni o categorie pro o contro. Ci sono persone umane, quelle che capiscono e comprendono queste cose. E può essere chiunque: dal meccanico all’agricoltore, passando per il Sindaco piuttosto che per l’imprenditore. Chiunque. Però stranamente sono persone che nella maggior parte dei casi hanno avuto casi in cui hanno toccato con mano la tragedia, e la consapevolezza nel sapere cosa si prova vivere o osservare un arresto cardiaco ed essere impotenti. Cito l’esempio di una Società sportiva dilettantistica che addestra cani: due anni fa ci fu un arresto cardiaco, dal giorno dopo hanno acquistato un defibrillatore e hanno fatto il corso per poterlo utilizzare in nove. Magari nei campi di calcio non interessa perché – ci dicono – hanno altre spese da sostenere”.

Come è nata la collaborazione con Simona Buono?

“Il nostro non è solo un lavoro, l’obiettivo non è solamente vendere. Altrimenti saremmo solo un semplice commerciale. Noi abbiamo una passione e abbiamo un modus operandi che è quello di salvare vite umane. Simona Buono è questo e anche di più, ho trovato in lei ciò che mai ho visto in altre persone: è una donna con una grinta e passione che non ho mai trovato. Siamo una Società Benefit corporation, reinvestiamo parte dei profitti in attività socialmente utili. Ad esempio abbiamo cardioprotetto tutte le scuole di Jesi, 24, oltre a formare il personale. Due anni or sono cardioprotetto 8 impianti sportivi, e Simona ha sposato in pieno questa attività ed è sensibile al tema. Lei ha la stessa mia idea: non è solo vendere defibrillatori, noi rappresentiamo un prodotto di qualità, con difficoltà e lo riconosciamo, ma sappiamo che presentando questo articolo sappiamo quel che facciamo. Simona è questo e lo fa per passione, le garantisco che sono poche le persone che operano così”.