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Valentino Cioffi (Associazione Falchi del Pollino): “anche i piccoli centri hanno bisogno di essere cardioprotetti”

E’ proprio vero che l’esperienza insegna. Lo confermano le parole di Valentino Cioffi, presidente dell’Associazione di Protezione Civile “Falchi del Pollino”, che a Talao – in provincia di Cosenza – ha toccato con mano quanto soprattutto i piccoli centri siano pericolosamente scoperti in fatto di cardioprotezione.

Perché avete deciso di cardioproteggere la vostra struttura? E’ una particolarità…

“Non installeremo il defibrillatore nella nostra sede, ma nella piazza del nostro Paese, dove c’è la Chiesa. Un’idea totalmente nostra, nata da un progetto che abbiamo chiamato “Progetto contro arresto cardiaco: diamoci una scossa”, e presentato al Comune. L’Amministrazione locale è stata entusiasta di questa iniziativa, aderendo e contribuendo anche con risorse proprie, decidendo così di cardioproteggere l’intera cittadina”.

Mi ha accennato però che tutto è nato da un episodio in particolare…

“Era il 2010, quando ci hanno chiuso un ospedale nelle vicinanze. Una decisione del genere non poteva non restare senza conseguenze, come quella di aumentare la distanza dal primo centro di pronto soccorso. Con gli anni si sono verificati casi di arresti cardiaci, alcuni di questi in diretta, e non sono finiti bene. Una volta, in occasione della ricorrenza in piazza, in occasione dell’evento del 4 novembre, una persona si è accasciata a terra.  E’ stato sufficiente per capire che la misura era colma. Abbiamo aspettato perché arrivasse l’ambulanza, ci ha messo molto tempo e che non era nemmeno medicalizzata. Allora, proprio in quel frangente, ho pensato che se ci fosse stato un defibrillatore potevamo avere una possibilità in più per salvarlo”.

Insomma, l’esperienza ha insegnato..

“i nostri volontari si sono accorti del malessere di questa persona appena siamo usciti dalla Chiesa. Il signore si è accasciato in terra, ma non è stato l’unico episodio. Anche altri episodi di arresti cardiaci si sono verificati in passato, di cui purtroppo non si è potuto far niente. Perché l’ambulanza dalla postazione in cui è – e sempre se ha un defibrillatore – arriva dopo 20/30 minuti, e tutto questo tempo di attesa è parecchio per usare un macchinario salvavita come il defibrillatore”.

Quanto è radicata la cultura della defibrillazione?

“Pochissimo, direi che è un tema quasi sconosciuto. Io lavoro nel 118, quindi le posso confermare che almeno in determinate zone nel nostro paese è molto ignorato il fatto di avere un dispositivo che possa salvare la vita. E’ un problema di scarsa cultura o economico? Le rispondo che ci sono due cause principali: innanzitutto la scarsa informazione e la scarsa cultura della defibrillazione, del soccorso, e l’informazione che chiunque può salvare vite umane con il dispositivo. L’altro è economico. A me è capitato di portare avanti questo progetto anche in un altro paesino, dove noi lavoriamo. Ci è capitato di vedere che il Comune aveva dentro un cassettone due defibrillatori che gli aveva regalato la Provincia, ma erano fermi da anni. Erano rotti, mai utilizzati, mai stata fatta una manutenzione. Morale della favola: si sono dovuti buttare perché oramai erano inservibili, quasi come soprammobili”.

Come è riuscita a contattare Simona Buono?

“Stavo girovagando su internet per cercare un dispositivo Top, che dava certe garanzie. Conosco bene altri defibrillatori, ma mi sono imbattuto per caso nella pagina internet di Simona Buono. L’ho contattata e devo dire che mi sono trovato benissimo: veramente eccellente come persona, come professionista e anche per la velocità del disbrigo delle pratiche”.

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